#RIAPRIAMOLÀBAS

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”.

Si è spesso citato questo breve passo da “Le città invisibili” negli ultimi mesi qui a Bologna.

Ciò che rende particolarmente appropriata questa ormai celebre citazione di Italo Calvino riguarda una serie di cambiamenti, trasfigurazioni potremmo quasi osare, che investono il profilo urbanistico del capoluogo emiliano-romagnolo. Intendiamoci, non è questa l’occasione buona per concedersi l’ormai retorica (ma spesso obbligata) pedanteria sulla cronistoria della gentrification, delle speculazioni edilizie e delle “riqualificazioni” socialmente escludenti.

La storia che si sta qui tracciando a grandi linee è, piuttosto, un epifenomeno della sopramenzionata serie di metamorfosi urbane e, di conseguenza, sociali che hanno animato il dibattito politico bolognese negli ultimi tre anni. Tre anni segnati da una pletora di parole spese su investimenti legati a grandi opere (stazione TAV, People Mover, passante nord della tangenziale), ma soprattutto tre anni segnati da una ventina di sgomberi di spazi autogestiti e occupazioni a scopo abitativo, con i recenti sviluppi dei decreti Minniti a rappresentare il giro di vite di un percorso intrapreso già da tempo dall’amministrazione locale.

L’ultimo di questi sgomberi riguarda il centro sociale Làbas, frequentatissima realtà autogestitita del quartiere Santo Stefano, sito presso l’ex Caserma Masini di via Orfeo, occupata nel 2012. Nel novembre di quell’anno, gli attivisti di Làbas intrapresero un percorso che sottrasse lo stabile all’incuria e ad un ventennale abbandono, riuscendo in cinque anni a trasformarlo in uno spazio di aggregazione tanto per gli studenti quanto per i residenti del quartiere. La capacità di Làbas di attrarre un pubblico trasversale, fatto non solo di realtà legate all’attivismo politico e studentesco, ha reso la realtà di via Orfeo una sorta di fiore all’occhiello nel panorama delle occupazioni cittadine. Spazi di discussione politica, laboratori per bambini, la ciclo-officina, la pizzeria, e il dormitorio sociale sono solo alcuni dei progetti realizzati, negli anni, presso l’ex Caserma.

Non è questo lo spazio per alcun tipo di apologia, né di approfondimento su cosa fosse (e ancora è) Làbas, ma il preambolo è necessario a rendere ben chiare le ragioni che hanno spinto migliaia di persone scendere in strada per una delle più partecipate manifestazioni che Bologna abbia visto negli ultimi tempi. Poche ore dopo lo sgombero dell’8 agosto, gli attivisti di Làbas hanno lanciato un appello affinché la cittadinanza si unisse a loro per manifestare un segnale di supporto forte il 9 settembre. E così è stato.

“Riapriamo Làbas” ha sfilato per le vie della città felsinea per tutto il pomeriggio di sabato 9 settembre 2017. Diverse migliaia di persone e decine di diverse sigle hanno manifestato in solidarietà con gli occupanti dell’ex Caserma Masini: dalle altre realtà autogestite della città (come Xm24) ai sindacati, passando per l’Arci e l’associazione di agricoltori CampiAperti. Affluenza di pubblico massiccia, dunque, in una fase di dibattito delicata in cui agli attivisti, al tavolo di contrattazione con le istituzioni cittadine, pare essere stata proposta una soluzione temporanea in Vicolo Bolognetti in attesa di una sistemazione permanente presso gli spazi dell’ex Staveco.

Il concentramento in piazza XX settembre ha visto alternarsi sul palco e ai microfoni artisti e rappresentanti delle realtà in qualche modo legate a Làbas.

Gli attivisti hanno sottolineato la necessità di incidere sull’idea della città del domani, ribadendo di non aver ancora firmato alcuna pace con il sindaco Virginio Merola. L’amministrazione comunale e le sue direttive urbanistiche sono state criticate anche da Federico Martelloni di Coalizione Civica e da una rappresentante del Comitato Ex-Caserma Masini Bene Comune, la quale ha parlato di una città strangolata dal P.O.C. (piano operativo comunale).

Un appello affinché i manganelli e la forza bruta delle istituzioni tacciano è stato lanciato da Alessandro Bergonzoni, il quale, in un sentito e appassionato monologo, ha parlato di una Bologna teatro di una “presa del-laBas-tiglia”. A seguire, Lodo Guenzi ha interpretato il comune sentire nei confronti (in questo caso) degli sgomberi aprendo l’esibizione de Lo Stato Sociale con “Mi sono rotto il cazzo”.

Il corteo si è mosso su via Indipendenza per poi attraversare alcune delle principali arterie cittadine per poi giungere nel cuore del quartiere Santo Stefano, a pochi passi dall’ex Caserma Masini, perimetrata e cordonata da un massiccio spiegamento di forze di polizia.

Migliaia di bandiere riportanti la scritta “Giù le mani da Làbas” firmate dall’artwork di Zerocalcare hanno sventolato nel cielo di Bologna, così come i vessilli di alcuni sindacati (CGIL) e del PKK. Striscioni e cartelli di CampiAperti, XM24, e altre realtà giunte da tutta Italia come il comitato NO TAP dal Salento, hanno composto svariate porzioni del corteo, assieme alle rappresentanze di diverse attività che si svolgevano presso Làbas, come il laboratorio LàBimbi.

L’arrivo del corteo in piazza Carducci è stato salutato dagli attivisti e dalla testa del corteo con grande soddisfazione per l’ampia partecipazione e per l’efficacia del segnale lanciato dalle realtà che hanno testimoniato l’esistenza di quell’altra città che si oppone con determinazione alle “normalizzazioni” coatte e alla retorica di una legalità esclusivista e a senso unico.

 

Cristiano Capuano 

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